Cari tutti,
vi scrivo perché ho bisogno di un consiglio e possibilmente di un aiuto. Il mio migliore amico, L., soffre tremendamente di solitudine, da molti anni ormai, e credo che ci sia una bella dose di depressione lì in mezzo, una depressione che lui si rifiuta di vedere come tale, ma che chiama "il buco": un vuoto che lo consuma.


Questa solitudine ha radici sia nella mancanza di una relazione amorosa, sia nei rapporti con i suoi cosiddetti "amici", un branco di scioperati inaffidabili che si rivolgono a lui solo quando hanno bisogno di favori di vario genere. Nel tempo L. sta disimparando a rapportarsi con gli altri, partendo anche svantaggiato, con il suo carattere irascibile.
A volte mi dice che vorrebbe smettere semplicemente di vedere altre persone, perché vedere gli altri felici (in rapporti di coppia, soprattutto) lo fa soffrire troppo, quindi vorrebbe "risolvere il problema" evitando le persone del tutto.
Inutile dire che questo lo porta in circoli viziosi che peggiorano ulteriormente la sua situazione. L. parla di queste cose e di se stesso solo con me. Siamo cresciuti insieme (andiamo entrambi verso i 30), si fida di me e sa che, per quanto a volte io non riesca a non arrabbiarmi per certe cose che mi dice, le mie parole e le mie reazioni sono sempre dettate dall'affetto che provo per lui. Il problema però è che mi sono trasferita all'estero e non riesco a tornare spesso a Udine, quindi riesco a dargli supporto solo tramite telefono e messaggi. Se un tempo riuscivo a trascinarlo a qualche serata in giro, ora mi è proprio impossibile. Il peso della responsabilità della sua salute mentale a volte diventa insostenibile, e mi capita di riuscire a stargli vicino solo a fatica, soprattutto nelle giornate in cui sono io stessa in qualche modo stressata dalla mia vita quotidiana. Ho provato più volte a parlargli di voi (in passato sono stata da voi per superare alcuni momenti difficili della mia vita e mi avete molto aiutata: ancora grazie), ma lui non sembra avere alcuna intenzione di parlare con un professionista. Personalmente credo che ne abbia davvero bisogno (d'altronde a chi non farebbe bene una chiacchierata con un counselor, di tanto in tanto?), ma sopratutto ho paura di sbagliare nei miei modi e nei miei consigli, commenti da amica che non ha gli strumenti per conoscere la geografia del suo buco nero e aiutarlo a navigarlo. Mi rendo conto che non esiste domanda più vaga di questa, ma: cosa posso fare? Avete dei consigli, anche per come fare a porlo gentilmente sulla strada del Consultorio? 

Vi ringrazio in anticipo per l'aiuto che vorrete darmi.
Cordiali Saluti, Valentina

 

 

Risposta

Cara Valentina,
che bella lettera è la sua, piena di sentimento e di un ormai raro affetto di amicizia. Si chiede come possa far uscire L. dal suo buco nero, forse trascurando che lei ha in sé tutti gli strumenti necessari ad orientarlo, in particolare l'affetto che sente per una persona che è in difficoltà col mondo intero e dove lei rappresenta la sua unica àncora. Si può ritenere che l'esperienza di L. l'abbia portato a diffidare degli altri e a non riuscire a sostenere un sentimento di fiducia di base, che poi, come una spirale, lo spinge ad allontanarsi dagli altri e, ancor più, a vivere dei sentimenti contrastanti, anche d'invidia, per chi è felice. La soluzione di L. per cercare di non provare dei sentimenti dolorosi è il cosiddetto "evitamento", che tuttavia crea risentimento ed ulteriore dolore. Lei gli sta suggerendo di rivolgersi a qualcuno che lo possa aiutare e credo che ne possa trarre grande giovamento. Ricordiamoci però che quello che uno psicoterapeuta può fare è comunque il surrogato di un'esperienza d'affetto che probabilmente a L. è mancata e che lui stesso non crede per lui possibile. Se esiste ancora un briciolo di fiducia L. è il benvenuto fra di noi e come lei che ne ha fatto l'esperienza, riuscire a vincere le proprie resistenze rappresenta il primo passo, forse quello decisivo per uscire dal buco nero.
La ringrazio di cuore.
Luciano Rizzi

Mia figlia ha trovato molto giovamento frequentando la Casa dei Piccoli. Entrando all’asilo per la prima volta, si è relazionata facilmente con gli altri bambini ed io ho imparato ad accompagnarla nella sua crescita senza soffocarla.

la mamma di Alice, 3 anni

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